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La parità di genere si manifesta anche attraverso l’economia e le lezioni domestiche. Dal profondo Nord dell’Europa, in Finlandia, sono partiti i corsi obbligatori di economia domestica, sia per ragazzi che ragazze. Al centro del programma le azioni quotidiane per chi deve gestire una casa: cucire, cucinare, piegare le lenzuola, stirarare, sistemare la casa, fare la lavatrice.

Lo scopo del corso di studio è quello di insegnare senza paradgmi i segreti dell’economia domestica alle future donne e uomini. In Finlandia già da tempo le lezioni di educazione domestica facevano parte del programma delle scuole medie e superiori, ma solo di recente è stata anticipata l’età a cui la materia si rivolge.

A macchia di leopardo l’attività si è presentata in Spagna, ma anche in altri paesi del continente. Il corso di economia domestica in Italia ancora non è arrivato, ma nel caso in cui arrivasse sarebbe solamente un ritorno e non una novità. Infatti negli 60′ le lezioni di economia domestica in Italia erano obbligatorie per le sole ragazze, durante la frequentazione della scuola media.


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In Europa lezioni domestiche obbligatorie per ragazzi e ragazze

Negli anni 70′ si cambiò il nome al corso per dare una maggiore parità di genere. Sia ragazzi che ragazze frequentavano il corso di “Educazione Tecnica”. Una lezione rivolta ad entrambi i sessi che prevedeva lavoretti, ad esempio, di restauro e dipinto.

Negli ultimi decenni non si è più discusso in Italia di rinserire l’educazione domestica all’interno del programma scolastico, questa volta però rivolta a tutti, sia ragazzi che ragazze. Secondo l’Istat, nel 2016, il lavoro di cucina e di attività domestica erano affidati principalmente alle donne, l’80% contro il 20% degli uomini. Una differenza notevole che si aggiunge anche a quella riguardo l’educazione e la cura dei figli ancora oggi caricata sulle spalle del genere femminile (97%) rispetto a quello maschile (73%).


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A proposito dell'autore

Alessandro Morana

Mi chiamo Morana Alessandro, classe 2000, palermitano. “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

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