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Usare gli scarti delle arance per creare qualcosa di nuovo. È questa l’idea di una squadra formata da giovani siciliane. Il nome della startup è Orange Fiber. 

I brand più famosi a livello nazionale stanno ingaggiando molte delle creazioni di queste ragazze. Primi fra tutti: Ferragamo e Marinella.

L’azienda ha sede a Catania e vede come capi due donne, Adriana Santocito ed Enrica Arena. L’innovativa creazione, tanto da aver un brevetto ad hoc, vede l’uso dei resti di spremute o degli scarti di agrumi per formare un nuovo tipo di cotone.

La startup delle due catanesi nasce nel 2014. Ed ora anche i resti delle arance assumono una nuova vita in mezzo alle passerelle più rinomate del mondo.

Le due giovani imprenditrici hanno dichiarato al magazine Bussiness Insider: “Siamo partite nel 2012 grazie a una collaborazione con il Politecnico di Milano che ci ha permesso di sviluppare un innovativo processo per creare un tessuto”.

“Abbiamo utilizzato le oltre 700mila tonnellate di sottoprodotto che l’industria di trasformazione agrumicola produce ogni anno in Italia e che altrimenti andrebbero smaltite.”

Poi arriva la svolta attiva nel mondo economico: “Nel 2013 abbiamo depositato il brevetto in Italia e poi nel 2014 lo abbiamo esteso a Brasile, Stati Uniti, Messico, India e alcuni Paesi dell’Unione europea”.

L’idea della startup nasce a Milano, durante l’Expo. Da quel momento ad oggi le vendite e le idee per le due sono schizzate. 

Come si formano i vestiti della startup? 

La cellulosa prende forma nello stabilimento di Catania. Successivamente si inoltra ai partner presenti in Nord Europa, che la trasformano in fibra.

“A quel punto il materiale ritorna in Italia, per essere filato. Il prodotto finale è il tessuto che arriva alle vendite delle aziende di moda”. Dicono le due al magazine economico. 

Orange Fiber si ricollega perfettamente al concetto di economia circolare. Due ragazze di cui sentiremo parlare per le loro immense creazioni


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Mi chiamo Morana Alessandro, classe 2000, palermitano. “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

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