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È di ieri la notizia della tragica scomparsa di Candida Giammona, una bellissima mamma palermitana 39enne, e del bambino che portava in grembo.

Un’altra terribile tragedia che sconvolge l’opinione pubblica e che inevitabilmente porta ad una riflessione capace di scuotere le coscienze: SI PUÒ ANCORA MORIRE DI PARTO?

I dati in Italia

Siamo nel ventunesimo secolo,  eppure la mortalità materna (dovuta a cause legate alla gravidanza, parto e post-partum) è un dramma sociale che ci appartiene e stravolge ancora. Nonostante il nostro Paese presenti uno dei dati tra i più bassi del mondo. Ogni anno, in Italia, circa 50 donne muoiono di parto: dai 5 ai 10 casi su 100.000 nati vivi.

Sicuramente uno dei rapporti più bassi mai stimati, al di sotto della media occidentale che è di 20 decessi ogni 100.000 nascite. Ma anche il più difficile da accettare.

È una percezione che non cambierà mai. Mentre ci si può preparare ad affrontare una brutta notizia nel caso di una grave malattia, nessuno è mai pronto a sopportare una drammatica notizia nel caso di una gravidanza, un evento di per sé tutt’altro che patologico.

Sarà soprattutto per il forte contrasto del binomio: “morire di parto”, perdere la vita proprio nel momento in cui la si dà.

Morire di parto: le cause

Tra le maggiori cause prevalgono le emorragie post-partum (nel 60% dei casi), disordini ipertensivi, tromboemboli, patologie cardiovascolari, il distacco della placenta.

Alcune complicanze compaiono improvvisamente, senza dare alcuno allarme preventivo, evolvendosi tragicamente con rapidità, come nel caso di Candida. I medici della clinica in cui era ricoverata la donna morta l’altro ieri, hanno dichiarato che la morte sia sopravvenuta per l’inattesa rottura dell’utero durante il parto, ma sarà l’autopsia a dare riposte certe.

E ancora, come nel drammatico caso della madre palermitana, ognuna di queste complicanze può mettere in pericolo sia la vita della donna che del suo bambino: due vite legate da un unico destino.

Come ridurre i rischi

È bene precisare che la presenza di alcuni fattori di rischio non necessariamente determina un esito tragico, ma richiede di certo un’attenzione maggiore. Controlli sempre più personalizzati sulle donne gravide possono ridurre in maniera apprezzabile i casi in cui il rischio maggiore sia proprio quello di morire di parto.

Le linee guida dell’Oms, oltretutto, evidenziano l’importanza delle c.d. “pratiche non cliniche orientate alla persona”: il supporto emotivo, il trattamento sensibile e rispettoso nei confronti della partoriente, l’accompagnamento chiaro al travaglio, tutti elementi che maturano nella madre una piena e completa consapevolezza di ciò che l’aspetta nel momento più intenso della sua vita.

Anche questo, secondo i maggiori esperti, contribuisce a ridurre il rischio di mortalità durante il parto.

Grande responsabilità è ovviamente riversata sull’organizzazione dell’intero servizio sanitario pubblico, sia a monte che a valle, cercando di perfezionare continuamente il sistema di sorveglianza italiano per la sicurezza delle madri e dei loro bambini.

Il rischio c’è ma non per questo meno sicuro

Nonostante sia un dovere morale scongiurare il più possibile le morti materne evitabili, non è mai possibile condurre a rischio zero un evento come il parto.

Nella sua più straordinaria naturalità, il rischio esiste così come in ogni altra attività della vita umana. Probabilmente, in generale il parto è percepito come “non rischioso” perché associato all’evento più emozionante per ciascuna donna e per la vita stessa, ma una percentuale di rischio va inevitabilmente considerata.

Ciò non significa che la gravidanza e il parto debbano essere ritenuti eventi non sicuri, e i dati rassicuranti di prima lo confermano.

Le donne devono sentirsi libere e sicure di poter diventare madri.

Facciamo solo in modo che sia sempre così e che valga per tutte.

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A proposito dell'autore

Laureata in Giurisprudenza a Palermo con una tesi di diritto penale, non ho mai abbandonato la mia passione per la scrittura. Curiosa ed ambiziosa, cerco di rinnovarmi continuamente.

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