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La più importante di tutte le feste si avvicina, anticipata dai decreti di un governo assai indeciso. Quest’anno non vedremo i re del cinema natalizio nelle sale cinematografiche ma…niente paura: il cinepanettone siamo noi!

E se molte persone quest’anno mangeranno il panettone in solitudine, un nutrito numero di cittadini cercherà di piegare le norme per gustarlo in compagnia. Nonostante una crisi sanitaria che non ha ormai alcun bisogno di venire ricordata alla gente.

Quali che siano le ragioni, umanamente condivisibili, resta il fatto che in questi giorni si sposterà circa un milione di persone. Pur sapendo che gli spostamenti e le riunioni natalizie peggioreranno ulteriormente una situazione già gravissima.

I piani per le feste

Mentre un po’ ovunque nel mondo vengono istituite nuove misure, ieri sera il Premier Giuseppe Conte ha presentato il nuovo DPCM che prevede, com’era già trapelato, un periodo di restrizioni dal 24 dicembre al 6 gennaio. L’Italia sarà zona rossa nei festivi e prefestivi e arancione nei feriali, con coprifuoco dalle 22 alle 5 e visite consentite, salvo casi di necessità, per massimo due persone alla volta.

Le varie misure, evidente frutto di compromessi, sono un apprezzabile tentativo di arginare la terza ondata, quando ancora ci troviamo nel mezzo della seconda.

I piani delle feste di Natale in fumo

Sebbene Conte abbia chiaramente detto che la polizia non entrerà a controllare nelle case, le restrizioni irrompono nei progetti di numerose famiglie che ancora contavano di riunirsi nei giorni cruciali. Infatti, almeno fino alla conferenza stampa di ieri, tutte le persone che conosco – e non ce n’è uno che mi abbia detto il contrario – ammettevano che non avrebbero rinunciato al Natale.

Molti amici fuori sede stanno rientrando proprio ora nelle loro regioni, e praticamente tutti i residenti volevano vedere i loro familiari. Alcuni addirittura pianificavano di riunirsi a Capodanno con stratagemmi ancora più pericolosi, come incontrarsi due giorni prima e dormire nella stessa casa fino all’anno nuovo. Tutti, insomma, avevano intenzione di violare le norme che rovinano lo spirito natalizio, dimostrando quanto sia quindi necessaria l’imposizione delle regole.

“Tanto noi staremo attenti”

Ogni persona mi dice sempre la stessa cosa: “Tanto noi facciamo attenzione, non vediamo nessuno, con le giuste precauzioni non corriamo nessun pericolo.” Pensiamoci: un esercito di persone che fanno attenzione e non vedono nessuno. Milioni e milioni di persone sinceramente convinte – o che si autoconvincono – che in qualche modo il virus non li riguarda. Che vedere amici, parenti, fare compere, per loro non sia un vero fattore di rischio, perché “fanno attenzione”.

Se da un lato ci sono quelli che negano, che si arrabbiano, che non ce n’è di coviddi, dall’altro ci sono quelli che sì, il coviddi c’è, ma “fanno attenzione” e quindi si sentono esentati da certe limitazioni. E si giustificano con se stessi prendendo le distanze – solo figurate – dagli altri.

Ma c’è davvero una differenza? Se tutte queste persone riusciranno comunque a vedersi per le feste di Natale, a Capodanno, non saranno parte della folla che si ammassa nelle cene? Ognuno di noi, quando dice di fare attenzione, di vedere poca gente, non vuole considerare che in realtà i contatti, fra lavoro, conviventi, uscite necessarie, non sono così pochi.

Il virologo Galli, intervistato da Repubblica, è stato molto eloquente: “Ho appena incontrato un conoscente che stimo, e che mi ha detto: «Sono stato in centro, c’era una quantità di gente incredibile, è possibile che non capiscano?». «Ma tu dov’eri?», gli ho domandato: «Forse sei tu a non aver capito»”.

Il paradosso

Siamo davanti al paradosso di una società, e forse di una specie, che si definisce intelligente ma non si rivela capace di vedere al di là delle proprie necessità immediate. E questo andando contro il proprio stesso interesse.

Se prima però si andava contro il proprio interesse a lungo termine per un beneficio immediato (basti pensare alla questione ecologica), la pandemia mostra come fatichiamo pure sul breve termine, e anche nella situazione più grave concepibile abbiamo la memoria così corta che basta qualche mese a farci ridimensionare tutto. Ma queste Feste di natale potrebbero essere la nuova “estate”

Chiusure necessarie, dati alla mano

Eppure i dati sembrano confermare che la chiusura degli esercizi commerciali sia stata un fattore determinante nel contenimento dell’epidemia (3), e che, al di là delle utopie sulla scuola, il sistema dei trasporti non è in grado di muovere grandi flussi di persone garantendo il distanziamento necessario (4), e poiché questo problema non è attualmente risolvibile, l’unico modo è ridurre le occasioni di spostamento.

Le immagini delle folle di persone nelle vie dei vari centri storici sono emblematiche non solo per il pericolo, ma anche per l’impietoso ritratto che emerge della nostra società. La priorità è far girare l’economia, consumare, acquistare beni che contribuiscono a distrarci, a darci soddisfazione nel periodo in cui ne abbiamo più bisogno.

Stare a casa per le feste, sapendo che ciò avvicinerà la fine della pandemia, è davvero un sacrificio intollerabile?

Ormai tutti – o quasi – hanno ammesso gli errori dell’estate. La spericolata riapertura delle frontiere, le vacanze al mare, l’apertura delle discoteche. Tutti rischi chiaramente evidenziati dal principio da ogni esperto. E sistematicamente ignorati o minimizzati nel compromesso fra politica e sanità. Nonostante la stagione turistica non si sia salvata, registrando un calo disastroso di ingressi (fino al 64% in meno di turisti internazionali rispetto al 2019, ben 140 milioni di persone, e il 31% per quanto riguarda il turismo interno, 46 milioni in meno). Diversi milioni di turisti hanno comunque raggiunto l’Italia, contribuendo – insieme agli italiani – al peggioramento della situazione a partire già da settembre.

Le cifre

I numeri sono così impietosi che dovrebbero far rizzare i capelli a chiunque. Il 20 agosto in Italia i nuovi positivi erano 865 per un totale di 256.118 casi, e 35.418 vittime. In molti cominciavano a cantare vittoria. Il 30 settembre (i nuovi casi erano 1.851, il totale dei contagiati 314.861, il totale dei morti 35.894 (quasi 60mila contagiati e 476 vittime in più in meno di un mese). Ieri 18 dicembre ci sono stati 17.992 nuovi casi per un totale di quasi 2 milioni, con oltre 67mila vittime complessive (oltre un milione e mezzo di contagiati e oltre 32mila vittime in più, quasi il doppio, in meno di tre mesi). Quali saranno i numeri di febbraio?

Caccia al colpevole

Nella frustrazione generale si cerca sempre un colpevole. Anche per le feste di Natale.

In tanti accusano il Governo, agente della chiusura, come se fosse colpa sua: certo, non possiamo fingere che il governo non abbia innumerevoli lacune, che il sistema non fosse impreparato, ma certi slogan che alludono a uno Stato oppressore che limita la libertà sono a dir poco fuorvianti, così come tutte le dichiarazioni del tipo “lo Stato ci chiude, lo Stato ci paga” pronunciate da ristoratori, negozianti e imprese comprensibilmente disperati, che vedono nel Governo il responsabile della crisi. Possiamo giudicare il Governo inadatto, persino incompetente, ma non possiamo dimenticare che lo Stato ha tutto l’interesse e il desiderio di far lavorare i suoi cittadini, nonostante non sia in grado di garantire questo diritto.

L’esempio virtuoso della Nuova Zelanda

La situazione è più grande e grave sia di una nazione che di un continente, come dimostrano le vicissitudini degli altri Paesi. Alcuni stanno facendo meglio, altri decisamente peggio: l’esempio più virtuoso è la Nuova Zelanda, (10) che avendo preso misure drastiche in anticipo è riuscita a contenere la pandemia, al punto da potersi addirittura permettere, a giugno, una partita di rugby con i tifosi allo stadio. Dopo mesi senza nessun caso, ad agosto un focolaio ha spinto a nuove misure, finché ad ottobre il virus è stato eliminato una seconda volta. Ora i positivi sono tornati, ma i numeri sono molto esigui.

Una responsabilità condivisa

In ogni caso il fatto che i contagi siano ripresi anche lì dimostra che nessuno ha la soluzione: siamo tutti uguali di fronte a una minaccia che affonda le sue radici nell’intero sistema del mondo globalizzato. Fatto di continui contatti umani e continua invasione e deforestazione di habitat alieni, azioni che mettono a contatto virus e specie animali che nella loro intera storia evolutiva non si sono mai incontrati, dando vita a preoccupanti e inedite combinazioni. Come sostengono molti virologi, era solo questione di tempo.

E quindi c’è chi se la prende coi giovani, chi con gli anziani, chi con i fuori sede, chi con i turisti, chi con gli immigrati; ma secondo me siamo tutti responsabili, e guardando alla natura umana non mi sembra nemmeno una vera colpa, quanto una caratteristica fondamentale della nostra specie.

La socialità è parte della nostra essenza così come i virus sono parte dell’ecosistema. Per questo il sacrificio è così difficile. Rinchiuderci in casa, smettere di abbracciarci, implica soffocare questa natura.

Per la maggior parte di noi, generazioni che non hanno vissuto la guerra, questa è la più grande sfida che ci sia capitata. Ci stiamo rivelando all’altezza?

Gabriele Ganau


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A proposito dell'autore

Gabriele Ganau

Nasce a Sassari nel 1988. Vent'anni dopo lascia la sua Sardegna: in seguito a varie peregrinazioni, una laurea triennale in lingue e un diploma alla Scuola Holden, quasi per caso si ritrova nell'altra grande isola. Dopo anni passati a occuparsi di una piccola azienda agricola, ora studia all'Università di Palermo e lavora nel campo della traduzione. Assiduo lettore, da sempre interessato ai fatti del mondo, si diverte soprattutto a scrivere le sue storie.

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