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“Scrivimi quando arrivi a casa”. Quante volte ce lo siamo sentite dire? Oggi, l’hashtag di questa frase impazza sul web diventando il simbolo per denunciare il sempre più diffuso fenomeno della violenza sulle donne e sulla difficile condizione che ciascuna vive ogni giorno, in ogni parte del mondo, non sentendosi al sicuro per le strade delle loro città. 

Se sei una donna, avrai pensato anche tu, almeno una volta nella vita, di dover indossare delle scarpe comode (o di portarle come cambio) per poter correre più velocemente verso l’auto a tarda notte, o avrai finto anche tu di parlare al telefono con un interlocutore immaginario allungando il passo. Sono comportamenti che a volte attuiamo automaticamente, senza pensarci. Senza più pensare al perché di queste scelte.

Il caso Sarah Everard

A scuotere ancora una volte le coscienze, è stato il caso della giovane inglese Sarah Everard, 33 anni, uccisa la sera del 3 marzo. Dopo esser stata con alcuni suoi amici, Sarah stava per rientrare a casa facendosi compagnia parlando al cellulare con il fidanzato. Improvvisamente il buio.  Risucchiata nel nulla, il suo cadavere è stato ritrovato una settimana dopo a 78 km di distanza da dove era stata avvistata l’ultima sera. Accusato di sequestro di persona ed omicidio l’agente di Scotland Yard, Wayne Couzens, già ben due volte denunciato per atti osceni in luogo pubblico, senza però esser stato mai sanzionato o sospeso dal servizio.


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Le manifestazioni

L’uccisione di Sarah ha infiammato la Gran Bretagna, dove sono state tante le manifestazioni che si sono susseguite per commemorarla e renderle giustizia. Alcune delle proteste sono drammaticamente generate in scontri con la  Police. Patsy Stevenson, con i suoi capelli rossi, è la donna simbolo della rivolta. Tutti, di sicuro, abbiamo visto la sua foto mentre viene immobilizzata dagli agenti della Polizia britannica. Finita prima su tutte le prime pagine dei quotidiani inglesi, l’immagine si è subito diffusa in tutto il mondo, diventando così il manifesto della lotta contro la violenza sulle donne. «Ero andata a sostenere il diritto delle donne, di tutte le donne, di camminare per strada senza aver paura», così ha dichiarato la Stevenson.

Le reazioni nel mondo– solidarità tra donne

La tragica storia di Sarah è l’ennesima occasione per parlare della sicurezza delle donne. Un terzo delle donne nel mondo ammette di aver paura ad uscire tardi la sera o a rientrare a casa a tarda notte. Non è concepibile vivere con il timore che qualcuno possa decidere di metter fine alla tua vita uccidendoti per strada mentre stai tornando a casa, il luogo più sicuro quando tutti i luoghi dovrebbero essere sicuri. La solidarietà tra donne è sfociata, così, nell’hashatag #ScrivimiQuandoArriviACasa”, chiedendo a gran voce più vigilanza la sera per le strade della città. Dovemmo poter tornare a casa a qualsiasi ora, senza il timore di esser inseguite, aggredite o far la fine di Sara. Dovremmo poter scrivere Sono a casa” a chi si preoccupa per noi.

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A proposito dell'autore

Laureata in Giurisprudenza a Palermo con una tesi di diritto penale, non ho mai abbandonato la mia passione per la scrittura. Curiosa ed ambiziosa, cerco di rinnovarmi continuamente.

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