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“Chiudere tutto per un mese”. Per Walter Ricciardi, “con questi numeri”, non c’è altra soluzione (le dichiarazioni durante un intervista ad Huffpost).

D’altra parte, spiega il consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, è questa la direzione che si sta seguendo in altri Paesi. “Bisogna ragionare sulla base dei numeri e delle evidenze scientifiche, non inseguire obiettivi utopici”, sottolinea il professore.

E i numeri dicono che senza misure decise ed energiche a febbraio arriviamo a novantacinquemila morti. Pesa anche la variante inglese. Ricciardi ha appena ricevuto “da Inghilterra e Irlanda un avviso che invita a intensificare le misure di mitigazione e contenimento perché l’alta diffusività della variante sta mettendo in ginocchio i due Paesi”.  Un lockdown prolungato servirà, quindi, a far abbassare la curva per ricominciare a tracciare e continuare “a tutto spiano” con la campagna di vaccinazione. “Con questo scenario è impossibile. Come fai a portare migliaia di persone in luoghi pubblici per vaccinarsi? Così si rischia di far espandere ancora di più il virus”, fa notare Ricciardi.  

Professore, lei ha proposto diverse soluzioni per la gestione della pandemia, non tutte adottate. Recentemente ha detto: “Non si arrivi troppo tardi ai lockdown”. Si sente un consigliere ascoltato?

Sì, dal ministro. Anche se il Governo adotta soluzioni che molto spesso non recepiscono gli input rappresentati da lui e da altri suoi colleghi. Prova ne è il fatto che continuiamo a inseguire il virus e invece dobbiamo anticiparlo. Gli altri Paesi hanno preso atto che l’unica strategia da adottare è una soluzione più energica. Probabilmente ci arriveremo anche noi, ma in ritardo. Frutto, quest’ultimo, dell’eccessiva frammentazione dei centri decisionali.

In che senso? 

L’eccessiva frammentazione decisionale fa sì che il Governo non sempre recepisce le evidenze scientifiche rappresentate, come dicevo, dal ministro della Salute e da altri ministri e dunque si traduce in ritardi nelle scelte, che invece richiedono celerità.

Quando parla della strategia adottata dagli altri Paesi si riferisce al lockdown? 

Sì. La Gran Bretagna ha decretato un lockdown di quasi tre mesi, la Germania e la Francia l’hanno prolungato di un altro mese. Quando, come da noi, non riesci a tracciare e arrivi a migliaia di casi al giorno, l’unica strategia è bloccare. Ossia adottare un lockdown prolungato. 

Quanto prolungato?

In genere servono due mesi, ma noi non partiamo da zero, quindi un mese può andare bene. Per far abbassare la curva, ricominciare a tracciare e nel frattempo vaccinare a tutto spiano. Nel momento in cui si perde il controllo del tracciamento, i decisori devono capire che l’andamento è esponenziale, che avrai decine di migliaia di casi al giorno e centinaia di morti. Io avevo ipotizzato che a febbraio avremmo contato quarantamila morti, purtroppo ci siamo già arrivati. Se continuiamo così il mese prossimo di morti arriveremo a novantacinquemila.  

I numeri non sono buoni, lo scenario sta peggiorando. Siamo alla vigilia di un nuovo Dpcm. Le limitazioni decise saranno sufficienti?

Sicuramente vanno nella direzione giusta, purché si assumano rapidamente e vengano rispettate. Quando si dice che l’obiettivo è arrivare a 50 casi per 100.000 bisogna fare di tutto per raggiungere quella soglia. Di questo passo non ci arriveremo mai.

Le soglie dell’Rt per la definizione delle fasce sono state abbassate, i parametri resi più stringenti. Con queste nuove restrizioni si sta preparando un lockdown mascherato?

Non so se sia così. So soltanto che l’unica mossa da fare in situazioni come quella in cui siamo è una chiusura forte, prolungata. Va fatto per evitare migliaia di morti: abbiamo già superato il numero dei morti ipotizzato per questo periodo e c’è la necessità di portare avanti una campagna vaccinale che immunizzi quanti più italiani possibile. Con questo scenario è impensabile. Come fai a portare migliaia di persone in luoghi pubblici per vaccinarsi? Così si rischia di far espandere ancora di più il virus. 

I Presidenti delle Regioni hanno bocciato l’ipotesi, supportata da Cabina di regia e Cts, di far scattare la zona rossa sulla base dell’incidenza del virus, raggiunta la soglia di 250 per 100.000 abitanti. Una misura necessaria?

Assolutamente. Noi abbiamo sollecitato da tempo un sistema più snello e semplificato per l’assegnazione delle aree di rischio. Oltre all’indice Rt, bisogna tenere conto del numero dei nuovi casi, dei morti e dei ricoveri nei reparti di terapia intensiva a e sub intensiva. Ci stiamo arrivando, ma si è perso tempo. La resistenza delle Regioni è ingiustificata dal punto di vista scientifico. La situazione è grave e ogni minuto di rinvio delle restrizioni necessarie si traduce in centinaia di morti in più. 

Sarà introdotta l’area bianca. Non si rischia di dare una spinta alla circolazione del virus? 

Con questi numeri parlare di zone bianche è illusorio. Se è un obiettivo da raggiungere è giusto porselo, ma sapendo che non si potrà raggiungere in tempi brevi. Per ora nessuna area del Paese, che registra in media un’incidenza di 350 su 100.000, può scendere a 50 su 100.000. E poi tutto quello che stiamo facendo è al buio, perché conosciamo molto poco la variante inglese.  

Che significa?  

Dovremmo incrementare la sorveglianza genomica per capire quanto e dove è diffusa questa variante, caratterizzata da un alto tasso di contagiosità. Così si potrà intervenire nelle zone più colpite e fermarne l’espansione. Non a caso da Inghilterra e Irlanda mi è appena arrivato un avviso che invita a intensificare le misure di mitigazione e contenimento perché l’alta diffusività  della variante sta mettendo in ginocchio questi due Paesi. La battaglia è lunga, dobbiamo essere razionali e agire sulla base delle evidenze scientifiche, non inseguire obiettivi utopici. 

Quando parla di zone colpite dalla variante inglese si riferisce al Veneto? 

Più che della variante inglese credo che la situazione in cui si trova il Veneto dipenda dalla scelta di basare il monitoraggio sui test rapidi, non sempre affidabili e dal fatto che l’essere rimasta in zona gialla sia stato interpretato come un “liberi tutti”. Non a caso, le regioni che stanno un po’ meglio sono quelle che sono state in zona rossa, come la Toscana e la Campania.

Continua a far discutere la riapertura delle scuole. Più volte il Cts ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze della decisione di non farli tornare tra i banchi sulla salute mentale dei ragazzi. Lei che ne pensa?

Bisogna basare le decisioni sui numeri. In Gran Bretagna, in Austria, in Germania le scuole sono chiuse. L’obiettivo è aprirle quanto prima, ma per non richiuderle. Per non penalizzare i ragazzi e consentire loro di rientrare bisognava riorganizzare i trasporti e tutto quello che ruota attorno alla scuola. 

Dopo le polemiche legate al suo mancato rinnovo dal 2006 a oggi, è stata definita la bozza del piano pandemico 2021-23. Fa discutere l’indicazione “Se le risorse sono scarse, scegliere chi curare”. Che ne pensa? 

Si tratta di una bozza tecnica, in discussione, ma credo che se le risorse sono scarse bisogna incrementarle, non tagliarle come è stato fatto in passato. Il ministro Speranza ha trovato più risorse che negli ultimi dieci anni. Un Paese deve capire quali sono i settori strategici per il suo futuro e investire su quelli. I nostri sono scuola, sanità e ricerca. Abbiamo migliaia di medici che non riescono a specializzarsi, puntiamo su di loro. Le soluzioni non arrivano dalle macchine, ma dalle persone. 

Un anno fa il primo morto per Covid. Giovedì un team di esperti dell’Organizzazione mondiale della Sanità arriverà in Cina per indagare sull’origine del virus. Quanto credito dare a questa missione? 

Molto credito, è importante che si vada sul luogo ad approfondire. Da marzo abbiamo la certezza che il virus non è stato creato in laboratorio, ma resta il dubbio sull’ospite intermedio attraverso il quale è passato all’uomo. Nei primi tempi la Cina ha ritardato la comunicazione e ha sbagliato, ma poi è stata collaborativa e trasparente. La missione è importante per fare chiarezza definitiva e non ripetere gli errori commessi. Dobbiamo prepararci a evitare eventi ripetuti di questo tipo e abituarci a non negare l’evidenza. 

Piano vaccini, l’impressione è che sarà uno stop and go. Quanto peseranno i ritardi di AstraZeneca?  

Non nascondendo le grandi difficoltà che esistono nel fornire vaccini a un numero così alto di persone, sono ottimista. Credo che il vaccino di AstraZeneca arriverà abbastanza rapidamente, così sarà possibile vaccinare anche negli studi dei medici di medicina generale. L’Unione Europea ha garantito la copertura per tutti i cittadini e credo che via via si delineerà un andamento incrementale soddisfacente per tutti. 

Che capacità produttiva c’è per il 2021 nel mondo e quanto ci vorrà a vaccinare la popolazione mondiale?

Penso che, se si aumenta la capacità produttiva, nel 2022 si raggiungerà una buona percentuale di immunizzazione, che poi sarà possibile completare più avanti.   

Terza ondata: ci siamo già? Cosa ci aspetta? 

Se non prendiamo atto della realtà e assumiamo misure energiche ci aspettano ondate alternate indistinguibili tra loro. Anticipiamo il virus come hanno fatto Nuova Zelanda, Taiwan e Corea del Sud. Bisogna ridimensionare la curva epidemica, tornare a tracciare e a testare e nel frattempo proseguire con la vaccinazione. Altrimenti il 2021 sarà un anno segnato dall’alternanza di onde pandemiche, una più grande dell’altra.

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