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Alla mezzanotte tra il 9 e il 10 gennaio è finito l’embargo: Harry ha messo nero su bianco le sue più intime verità in Spare – Il minore (Mondadori, pagg. 540, euro 25), i cui proventi il duca di Sussex verserà ad alcuni enti benefici britannici (1.500.000 dollari a Sentebale, l’organizzazione che ha fondato con il principe Seeiso in memoria delle loro madri e che aiuta i bambini e i giovani vulnerabili affetti da HIV/AIDS in Lesotho e in Botswana; e 300 mila sterline all’ente no-profit WellChild, di cui è patrono reale da quindici anni e che provvede all’assistenza domiciliare di bambini e giovani con complesse esigenze sanitarie).  

Il libro è diviso in tre parti, dai titoli suggestivi: «Dal profondo della notte che mi avvolge», «Sanguinante ma indomito» e «Capitano della mia anima». Ricordiamo che il ghost writer è il premio Pulitzer J.R. Moehringer, e si sente: il libro è scritto benissimo, Harry si racconta con estrema sincerità, ci sono momenti in cui si ride e altri in cui ci si commuove. La dedica è «Per Meg e Archie e Lili… e, ovviamente, per mia madre». L’esergo è di William Faulkner: «Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato».

Una nota del libro, tradotto in italiano da Sara Crimi, Manuela Faimali, Valeria Gorla e Laura Tasso, spiega il titolo: «Spare, letteralmente “ruota di scorta”, “riserva”, richiama il modo di dire inglese riferito alle dinastie regnanti“An Heir and a Spare” (un erede e una riserva), e in questo caso indica quindi il fratello minore dell’erede designato al trono».
Dopo le tante indiscrezioni uscite (qui le 10 cose più scottanti) abbiamo letto subito il volume di oltre 500 pagine e ne abbiamo estratto i passaggi più delicati. Eccoli. 

P.s. Del colibrì qui non leggerete, perché è una pagina bellissima che va scoperta da soli, leggendo.

1. L’identità è una pepita

«Mi resi conto che l’identità è una gerarchia. Siamo prima di tutto una cosa, e poi siamo prima di tutto un’altra, e un’altra ancora, e così via fino alla morte, in successione. Ogni nuova identità si siede sul trono dell’Io, ma ci allontana sempre di più dal nostro io originario, che forse è anche quello essenziale, il bambino. Sì, l’evoluzione, la maturazione, il cammino verso la saggezza, sono tutte cose naturali e salutari, ma nell’infanzia c’è una purezza che si affievolisce a ogni iterazione. Come quella pepita d’oro, rimpicciolisce a poco a poco».

2. Il pene congelato

«È tutto difficile, dottore. Stare seduto. Camminare». Il sesso, aggiunsi, era fuori discussione. Peggio ancora, avevo la sensazione che il mio pene stesse costantemente facendo sesso. O fosse pronto a farlo. Stavo perdendo la testa, dissi. Avevo commesso l’errore di cercare su Google, e avevo letto storie dell’orrore di “penectomie parziali”, un’espressione in cui non vorresti mai imbatterti quando digiti i tuoi sintomi su internet. Il medico mi assicurò che difficilmente sarebbe stato il mio caso.
«Difficilmente?».
Disse che avrebbe provato a escludere altre cose e condusse un esame completo, che definire invasivo sarebbe un eufemismo. Non lasciò nessuna pista inesplorata, per così dire.
Alla fine annunciò che la cura più probabile sarebbe stato il tempo.

«In che senso, il tempo?»
«Il tempo guarisce» disse.
“Sul serio, dottore? Non secondo la mia esperienza.”

3. Il discorso al matrimonio di Willy e Kate

«Quando la risata scemò, conclusi con una nota seria. Mamma. «Avrebbe adorato essere qui. Avrebbe adorato Kate, e avrebbe adorato vedere questo amore che avete trovato insieme». Pronunciai queste parole senza alzare gli occhi. Non volevo rischiare di incrociare lo sguardo di papà o di Camilla, e soprattutto quello di Willy. Non piangevo dal funerale di mamma e non avevo intenzione di ricominciare proprio adesso».

4. La cena con la suocera, e il porno

«Ero piuttosto ansioso per quella cena. È sempre motivo di nervosismo conoscere la madre della tua ragazza, soprattutto se al momento stai rendendo la vita di sua figlia un inferno. Il “Sun” aveva da poco pubblicato un titolo da prima pagina: La ragazza di Harry su Pornhub. L’articolo mostrava delle immagini di Meg, tratte da “Suits”, che alcuni pervertiti avevano postato su qualche sito porno. Com’è ovvio, il “Sun” non disse che le immagini erano state usate illegalmente, che Meg non ne sapeva niente, che aveva a che fare con il porno tanto quanto mia nonna: zero. Era solo un trucco, un modo per indurre i lettori a comprare il giornale o a cliccare sulla storia. Una volta che avessero scoperto che non c’era niente, troppo tardi! I soldi della pubblicità erano già nel portafogli del “Sun”».

5. Carlo: «Non ci sono soldi per Meghan»

«(William) era stato abbastanza scoraggiante perfino riguardo al fatto che frequentassi Meg. Un giorno, mentre sedevamo insieme nel suo giardino, aveva previsto una miriade di difficoltà che potevo aspettarmi se mi fossi messo con “un’attrice americana”, espressione che è sempre riuscito a far suonare come “criminale condannata”.
«Sei sicuro di lei, Harold?»
«Sì, Willy.»
«Ma sai quanto sarà difficile?»
«Cosa vuoi che faccia? Che mi disinnamori?» Indossavamo tutti e tre un berretto floscio, giacche verdi, calzoni alla zuava, come se giocassimo nella stessa squadra. (In un certo senso era così, suppongo.) Mentre ci portava per i campi, papà si informò riguardo a Meg. Non con grande interesse, solo distrattamente. Eppure, non sempre chiedeva, perciò mi fece piacere.
«Sta bene, grazie.»
«Vuole continuare a lavorare?»
«Come, scusa?»
«Vuole continuare a recitare?»
«Oh. Be’, non lo so, credo di no. Immagino che vorrà stare con me, collaborare sai, il che escluderebbe “Suits”… dato che la girano a… Toronto.»
«Mmh. Capisco. Be’, ragazzo mio, sai che non ci sono abbastanza soldi.»
Lo fissai. Di che stava parlando?
Spiegò. O almeno ci provò. «Non posso pagare nessun altro. Devo già pagare tuo fratello e Catherine.»

6. Il nonno e la barba

«Un’altra folata di vento. Buffo, perché mi ricordò il nonno. Forse la sua freddezza o il suo gelido senso dell’umorismo. Mi tornò alla mente un fine settimana di caccia di tanti anni prima: per fare conversazione, uno dei presenti chiese al nonno cosa ne pensasse della barba che mi ero appena fatto crescere, e che aveva suscitato preoccupazioni in famiglia e polemiche sui media. «La regina dovrebbe obbligare il principe Harry a radersi?» Il nonno guardò il cacciatore, poi il mio mento e fece un sorriso malizioso: «Ma quella non è una barba!».
Tutti scoppiarono a ridere. Radersi o non radersi, questo è il dilemma, ma solo il nonno avrebbe potuto chiedere “più” barba. «Lasciati crescere le fluenti setole di un maledetto vichingo!».

7. Il desiderio segreto

«In effetti volevamo sposarci di nascosto. A piedi nudi in Botswana, magari con un amico a officiare: questo era il nostro sogno. Ma ci si aspettava che condividessimo questo momento con altre persone. Non stava a noi decidere».

8. L’incubo dei paparazzi

«Ricordo di essere uscito da una discoteca a Londra e di essermi ritrovato circondato da venti paparazzi. Mi accerchiarono, poi accerchiarono la macchina della polizia in cui ero seduto, si gettarono sul cofano, indossando tutti sciarpe di squadre di calcio intorno alla faccia e cappucci in testa, l’uniforme dei terroristi ovunque. Fu uno dei momenti più spaventosi della mia vita, e sapevo che non importava a nessuno. È il prezzo che paghi, avrebbe detto la gente, anche se non ho mai capito cosa intendessero. Il prezzo per cosa?».

9. L’Afghanistan e l’avere ucciso

«Mentre ero in mezzo al calore e alla nebbia del combattimento non pensavo a quei venticinque come a persone. Non puoi uccidere qualcuno se lo consideri una persona. Non puoi neanche fare del male a qualcuno se lo consideri una persona. Erano pedoni rimossi dalla scacchiera, cattivi portati via prima che potessero ammazzare i buoni. Mi avevano addestrato a “deumanizzarli”, e mi avevano addestrato bene. Da un certo punto di vista riconoscevo che questo distacco acquisito era problematico. Ma era anche un elemento inevitabile della professione militare».

10. Gan Gan e il Martini

«La specialità della nonna, invece, era il condimento per l’insalata: ne mescolava in quantità aiutandosi con le fruste. Poi accendeva le candele sul lungo tavolo e ci accomodavamo tutti sulle sedie impagliate e scricchiolanti. Capitava spesso, in occasione di queste cene, che ci fosse un ospite importante o celebre. Avevo parlato molte volte della temperatura della carne o della frescura di quel luogo con un primo ministro o un vescovo, ma quella sera eravamo solo in famiglia.

Arrivò la mia bisnonna e io balzai in piedi offrendole la mano. Gliela porgevo sempre – papà me lo aveva inculcato –, ma quella sera mi resi conto che ne aveva proprio bisogno. Gan Gan aveva appena festeggiato il centunesimo compleanno e appariva fragile. Ma era ancora inappuntabile. Ricordo che era vestita tutta di azzurro: cardigan azzurro, gonna di tartan azzurro, cappello azzurro. Era il suo colore preferito. Chiese un Martini. Qualche istante più tardi, qualcuno le porse un tumbler ghiacciato pieno di gin. La osservai mentre sorseggiava, evitando abilmente la fetta di limone e, d’impulso, decisi di unirmi a lei. Non avevo mai bevuto un cocktail davanti alla mia famiglia, quindi sarebbe stato un evento. Un pizzico di ribellione. Si rivelò una ribellione a vuoto: la cosa non interessò a nessuno, e non se ne accorsero. A parte Gan Gan».

11. Harry e i libri

«Non ho mai avuto dubbi sul fatto che papà fosse sconvolto al pensiero che io stesso appartenessi all’orda di barbari che ignoravano Shakespeare. E cercai di cambiare. Aprii l’Amleto: un principe solitario, ossessionato dal genitore defunto, osserva quello superstite innamorarsi dell’usurpatore? Richiusi il libro: grazie, non fa per me. (…) L’unico libro che ricordo di aver apprezzato, direi gustato, è un breve romanzo americano, Uomini e topi di John Steinbeck. Ce lo avevano dato da leggere per inglese. Diversamente da Shakespeare, Steinbeck non aveva bisogno di un traduttore, ma scriveva in una lingua comprensibile, pura e semplice. E, meglio ancora, non si dilungava. Uomini e topi ha poco più di cento pagine. (…) Una storia di amicizia, fratellanza e lealtà, zeppa di temi nei quali riuscivo a immedesimarmi. George e Lennie mi ricordavano Willy e me. Due amici, due nomadi, che vivono le stesse esperienze e si proteggono a vicenda le spalle. Come dice Steinbeck, un uomo ha bisogno di avere qualcuno vicino, perché se non ha nessuno diventa pazzo».

12. Dopo l’aggressione di Willy

«Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Così chiamai la mia terapeuta. Grazie a Dio rispose. Mi scusai per l’intrusione e le dissi che non sapevo chi altri chiamare. Le raccontai che avevo avuto un litigio con Willy, che mi aveva buttato a terra. Abbassai lo sguardo e le dissi che avevo la camicia strappata, e la catenina si era rotta. Avevamo avuto un milione di scontri fisici nella nostra vita, le dissi. Da ragazzi non facevamo altro che litigare. Ma stavolta era diverso. La terapeuta mi raccomandò di fare dei profondi respiri. Mi chiese di descriverle la scena varie volte. Ogni volta, mi sembrava sempre di più un brutto sogno. Così mi calmai.
Le dissi: «Sono orgoglioso di me stesso». «Orgoglioso, Harry? Come mai?»
«Non l’ho colpito.»

13. La veggente e Diana

«Non sapevo bene come chiamarla o cosa facesse di preciso, ma solo che affermava di avere i “poteri”. Dovevo ammettere che c’era una buona possibilità che si trattasse di un imbroglio, ma la donna era raccomandata da amici fidati, quindi mi chiesi: “Che male c’è?”.
Quando però mi sedetti con lei, percepii un campo di energia che la circondava.
“Oh” pensai. “Wow, qui c’è qualcosa!”
Anche lei percepì un’energia intorno a me e mi disse: «Tua madre è con te».
«Lo so, me ne sono reso conto negli ultimi tempi.»
Rispose: «No, è con te proprio in questo momento».
Provai una sensazione di calore sul collo e gli occhi si riempirono di lacrime.
«Tua madre sa che cerchi chiarezza, sente la tua confusione. E sa che hai molte domande.»
«È vero.»
«Le risposte arriveranno a tempo debito, in un giorno del futuro. Abbi pazienza.»
Pazienza? Una parola che mi andava di traverso.
Nel frattempo, la donna disse che mia madre era molto orgogliosa di me e che mi sosteneva appieno. Sapeva che non era facile.
Cosa lo era?
«Tua madre dice che stai vivendo la vita che lei non ha potuto vivere, la vita che avrebbe voluto per te.»
Deglutii. Volevo crederle, volevo che fosse vera ogni sua parola. Ma avevo bisogno di una prova, di un segno, di qualsiasi cosa.
«Tua madre dice… la decorazione?» 
«Decorazione?»
«Lei era lì.»
«Dove?»
«Tua madre dice… qualcosa a proposito di una decorazione di Natale. Di una madre? O nonna? È caduta? Si è rotta?»
«Archie ha provato ad aggiustarla.»
«Tua madre dice di aver riso molto per quello.»

14. Amore e odio per la «matrigna» Camilla

«Quando finalmente si celebrò il matrimonio – senza la nonna, che scelse di non partecipare – fu quasi catartico per tutti, anche per me. In piedi accanto all’altare, tenni quasi sempre la testa china, guardando a terra, proprio come avevo fatto al funerale di mamma, ma lanciai lunghe occhiate agli sposi e ogni volta pensai: “Buon per voi”. Ma anche: “Addio”. Non avevo dubbi che quel matrimonio avrebbe allontanato papà da noi. Non in senso reale, non in maniera voluta o malevola, ma comunque sarebbe successo. Lui entrava in un nuovo spazio, uno spazio chiuso, uno spazio isolato. Prevedevo che io e Willy avremmo visto molto meno papà, e questo mi suscitava sentimenti contrastanti. Non gioivo all’idea di perdere un altro genitore, e non ero certo di essere felice all’idea di guadagnare una matrigna che di recente mi aveva sacrificato sull’altare delle pubbliche relazioni. Ma vidi il sorriso di papà, difficile non rendersene conto, impossibile negarne la fonte: Camilla. Volevo molte cose, ma al loro matrimonio mi stupii di scoprire che la felicità di mio padre era comunque uno dei miei massimi desideri».

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