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Il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 all’età di soli 37 anni, sarà proclamato beato domenica prossima nella cattedrale di Agrigento.

La data della beatificazione

La cerimonia di beatificazione sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La data, il 9 maggio, non è affatto casuale. Proprio il 9 maggio di 28 anni fa, Papa Giovanni Paolo II rivolse il suo inflessibile invito ai mafiosi, che continua a riecheggiare ancora oggi: “Convertitevi! una volta verrà il giudizio di Dio!“. Un appello rivolto anche agli assassini del giudice ragazzino.

L’uccisione di Rosario Livatino

Era il 21 settembre 1990 quando il giudice Rosario Livatino venne ucciso dalla mafia, al volante della sua Ford Fiesta amaranto, nei presso di Canicattì. Un giovanissimo magistrato, non aveva ancora compiuto 38 anni, sconosciuto ai più tranne che ai suoi aguzzini. Livatino lavorava al Tribunale di Agrigento, occupandosi principalmente di sequestri e confische di beni sottratti ai mafiosi. Bastò questo per decretare la sua condanna a morte, decisa dagli uomini della Stidda, organizzazione mafiosa dell’agrigentino. Quattro di loro, vennero condannati all’ergastolo.


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Il giudice ragazzino: servo di Dio

Dopo la sua morte, il giudice Livatino venne ribattezzato il giudice ragazzino. Uomo di Stato e di fede, era ritenuto “irriducibile a tentativi di corruzione“, proprio per merito della sua forte spiritualità. Sui suoi appunti e documenti, era spesso riportato l’acronimo “S.T.D.”. Gli investigatori, dopo il suo omicidio, impiegarono mesi per decodificarlo, scambiandolo per un codice segreto. Alla fine, si scoprì che le tre lettere altro non stavano che per: “Sub Tutela Dei” (“sotto la protezione del Signore“), segno della sua profonda religiosità. Proprio per la sua spiccata fede, i mafiosi lo definivano tra loro «il santocchio». Quell’atroce delitto avvenne anche “in odio alla fede del magistrato“, così riportano le autorità vaticane riconoscendo il martirio al giovane giudice.  

Il rapporto con Dio e con il diritto

Livatino sosteneva che il compito del buon magistrato fosse quello di decidere, scegliere una fra le numerose strade che si prospettano davanti, la più giusta. Egli affermava: «Scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata». Un vero giusto.

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A proposito dell'autore

Laureata in Giurisprudenza a Palermo con una tesi di diritto penale, non ho mai abbandonato la mia passione per la scrittura. Curiosa ed ambiziosa, cerco di rinnovarmi continuamente.

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