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Si parla tanto di lauree conseguite in tempi record, di laureati prodigio…non entriamo nel merito di quello che queste notizie possono provocare nella psiche di ragazzi normali, che affrontano quotidianamente picco e grandi problemi legati allo studio. Parliamo invece del fatto che si utilizzano queste notizie forse per omette di dire che gli studenti non hanno tutti le stesse possibilità e gli stessi strumenti. E l’intervento dello Stato per cercare di colmare questi gap nel settore universitario è spesso insufficiente. 

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Gli atenei italiani esclusivi e diseguali

Il report di Almalaurea sui laureati del 2020 descrive gli atenei universitari italiani come esclusivi e diseguali.

Circa il 22,4% dei laureati proviene da famiglie di alta estrazione sociale. In cui i genitori sono imprenditori o dirigenti. Oltre il 30% dei laureati dello scorso anno accademico ha almeno un genitore in possesso di un titolo universitario. Mentre nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico sono il 43,4%, e il trend è in crescita. Una famiglia in cui i genitori hanno conseguito un’istruzione avanzata è mediamente più ricca. Quindi in grado di sostenere economicamente i figli che, intraprendendo un percorso universitario, ritardano di diversi anni la loro entrata nel mondo del lavoro. 

La famiglia in cui si nasce influenza le scelte universitarie

L’ambiente familiare cambia anche la percezione che si ha dell’università e dell’istruzione in generale. Il nostro Paese inoltre, non premia come dovrebbe l’alta formazione, né nel livello di retribuzioni né dal punto di vista di un pubblico riconoscimento di prestigio. Questa percezione è però meno forte nelle famiglie benestanti, dove i genitori, avendo svolto loro stessi un lungo percorso di formazione, saranno più inclini a sostenere la scelta dei figli di intraprendere un percorso di studi universitario. 

In quelli che sono invece i contesti sociali più deboli, dove il reddito medio è più basso e le famiglie poco istruite, la scuola e a maggior ragione la laurea, vengono percepiti come strumenti inutili. A evidenziare questo fenomeno è anche il dato degli abbandoni scolastici, che in Italia è tra i più alti d’Europa. Questo tipo di disparità è ancora più forte nel contesto universitario. L’abbandono è più accentuato tra coloro che provengono dai contesti familiari meno favoriti economicamente, soprattutto nel Sud Italia.

Università come status

L’immagine che i dati restituiscono dell’Università italiana è quella di un ambiente dove gli studenti consolidano la loro posizione sociale se provenienti da un contesto di benessere. In una democrazia l’istruzione dovrebbe invece avere il compito di fornire strumenti utili prima di tutto a chi proviene da contesti più svantaggiati, con l’obiettivo di riuscire a limare le disuguaglianze socio-economiche nel lungo periodo. In Italia abbiamo anche la più bassa percentuale di adulti laureati. Il governo in questa situazione dovrebbe avere come priorità quella di facilitare l’accesso ai gradi più alti di istruzione. Ma la spesa italiana per le Università è tra le peggiori in Europa e rappresenta solo il 7,7% del budget messo a disposizione per l’educazione (dati Education Training Report 2020).

Cosa fa il governo per appianare le disuguaglianze nell’accesso alla formazione universitaria?

Tra l’altro gran parte di questi fondi vengono usati per retribuire i docenti, e non per aumentare l’inclusività e il livello delle università pubbliche. A maggio il governo Draghi tramite un decreto, poi convertito in legge, ha stanziato 40 milioni di euro per sostenere le misure regionali sul diritto allo studio. Ma questa cifra da sola non basta. Oltre che borse di studio fornite dalle Regioni servono interventi di tipo strutturale a sostegno dei giovani più economicamente svantaggiati e a garanzia di Università migliori. Il sistema della tassazione universitaria basato sull’Isee, che dovrebbe garantire una maggiore accessibilità delle spese, non è sufficiente se non è affiancato da aiuti economici di altro tipo. Non basta fare in modo che le famiglie meno abbienti abbiano uno sconto sulla retta, ma occorre un sostegno ai giovani che ritardano l’entrata nel mondo del lavoro. 

Esempi di paesi virtuosi

Un esempio visrtuoso di reddito universitario viene dalla Danimarca che spende circa l’1% del suo Pil per finanziare questa misura ed è riuscita a garantire la laurea alla metà dei suoi giovani. Chi intraprende un percorso universitario riceve un reddito massimo di 825 euro al mese. Calcolato sulla base delle possibilità economiche della famiglia e della situazione abitativa dello studente. Questo sistema è andato oltre l’assistenzialismo. Ha incoraggiato i ragazzi a diventare indipendenti e abbandonare la casa di famiglia fin dall’inizio del percorso universitario.

La cifra è comunque molto contenuta rispetto al costo della vita nelle città dove si trovano le maggiori Università, e quindi deve comunque essere integrata dalle famiglie nella maggior parte dei casi. Gli studenti provenienti da ambienti a basso reddito sono però molto soddisfatti. Alcuni di loro hanno ammesso che senza questo reddito non avrebbero mai avuto la possibilità di intraprendere un percorso accademico. Il reddito universitario danese, inserito nel più ampio quadro di un solido welfare, contribuisce alla riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Oggi la Danimarca è infatti uno dei Paesi con la distribuzione del reddito più equa al mondo. 

Non è un paese per poveri…

L’università e la scuola dovrebbero essere strumenti al servizio di tutti. Invece fattori di carattere economico, sociale e culturale, sommati alla crescente privatizzazione del settore, rendono l’accesso all’istruzione sempre più esclusivo. La conseguenza è un Paese dove le disuguaglianze non vengono più appianate e l’estrazione sociale ha un peso eccessivo nel determinare il futuro di una persona, a prescindere dalle sue vocazioni e capacità.

Questa situazione viene troppo spesso ignorata. Troppo facile nasconderla dietro il mito del singolo “studente meritevole” che ce l’ha fatta nonostante le difficoltà. Più difficile e più impegnativo è intervnire sul fatta che, per ogni laureato prodigio ci sono centinaia di ragazzi e ragazze a cui la possibilità di raggiungere la discussione della loro tesi di laurea viene preclusa il giorno stesso della loro nascita. Perchè non sono nati in una famiglia abbastanza ricca. O abbastanza aperta da fare di tutto per garantire ai prori figli una istruzione universitaria.

Credo che tutti noi preferiremmo meno laureati prodigio e più laureati, nonostante le problematiche economiche. Purtroppo, sempre più ci rendiamo conto che il nostro, non è un paese per poveri. E se non hai la fortuna di proveniere da una famiglia abbiente nella vita ti si potrebbero precludere le migliori occasioni.

Unipa, chi sono e cosa fanno i laureati del nostro ateneo: il rapporto di AlmaLaurea

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A proposito dell'autore

Da 13 anni laureata in comunicazione e tecnica pubblicitaria. Dopo aver fatto diverse esperienze all’estero, ha deciso di fermarsi nella sua terra siciliana, collezionando anni di esperienza nel campo degli eventi e dell’organizzazione congressuale. Da pochissimo ha fondato una sua agenzia di eventi e comunicazione, la Mapi. E’ appassionata di moda, cinema e spettacolo. Ha un debole per le giuste cause e per i Mulini a vento. Il suo sogno? Coltivare e mantenere vivo l’entusiasmo per la vita e per ogni sua piccola forma e manifestazione. Da 13 anni sono laureata in comunicazione e tecnica pubblicitaria. Dopo aver fatto diverse esperienze all’estero, ho deciso di fermarmi nella mia terra siciliana, collezionando anni di esperienza nel campo degli eventi e dell’organizzazione congressuale. Da pochissimo ho fondato una mia agenzia di eventi e comunicazione, la Mapi. Sono appassionata di moda, cinema e spettacolo. Ho un debole per le giuste cause e per i mulini a vento. Il mio sogno? Coltivare e mantenere vivo l’entusiasmo per la vita e per ogni sua piccola forma e manifestazione.

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