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Gli universitari italiani sono tra i più studiosi al mondo, insieme a tedeschi e messicani, e tra i meno stressati, nonostante l’anno del Covid. Ma anche tra i più pessimisti riguardo alle prospettive di lavoro che li aspettano. È quanto emerge dal sondaggio globale, pubblicato oggi da Chegg.org, il ‘braccio’ no profit della società edtech Chegg della Silicon Valley, sulla vita, le speranze e le paure degli studenti universitari di 21 paesi nel mondo nell’epoca dell’emergenza da coronavirus. I giovani italiani sostengono di aver dedicato in media, durante il lockdown per il Covid, 27 ore a settimana allo studio: si tratta del dato più alto di tutti i paesi intervistati, pari solo a Germania e Messico (entrambi 27 ore).

Seguono Argentina (26 ore), Russia e Spagna (25 ore). Inoltre, solo un quarto (25%) dei giovani studenti del nostro Paese sostiene che la propria salute mentale ha risentito del periodo di chiusura, ed è il dato più basso dei 21 paesi intervistati insieme alla Russia (29%). Al contrario, meno della metà (45%) degli studenti italiani si sente fiduciosa riguardo alle proprie finanze future, il secondo dato più basso dopo il Giappone (31%).

I paesi invece in cui gli studenti si dichiarano più fiduciosi sono Cina (84%) e Kenya (84%). Questo nonostante solo il 6% degli studenti italiani affermi di avere un debito o un prestito legato ai propri studi universitari, il dato più basso insieme alla Russia (6%). La ricerca si e’ basata su sondaggi di opinione approfonditi di Yonder di quasi 17.000 studenti universitari di eta’ compresa tra 18 e 21 anni in 21 paesi in tutto il mondo, tra cui 700 studenti in Italia. 

Un focus sugli universitari di tutto il mondo, ecco dove si piazzano gli italiani

Tra gli altri aspetti che emergono, risulta che solo un terzo (33%) degli studenti italiani pensa che le minoranze etniche siano ben rappresentate nella loro università, il terzo dato più basso di qualsiasi paese intervistato dopo Corea del Sud (11%), Giappone (18%) e Malesia (25%). Oltre 9 studenti italiani su 10 (92%) affermano poi che la loro università ha interrotto l’insegnamento in presenza durante la pandemia: più di noi solo il Giappone (96%) e il Brasile (93%). I risultati globali del sondaggio mostrano che gli studenti italiani sono d’accordo con i loro coetanei in tutti i 21 paesi quando si tratta di come l’istruzione superiore dovrebbe contemplare l’apprendimento online.

Due terzi (65%) degli studenti di tutti i paesi intervistati affermano che preferirebbero che la loro università offrisse l’opzione di maggiore insegnamento online se ciò significasse pagare tasse universitarie più basse. Dan Rosensweig, presidente e Ceo di Chegg, ha evidenziato che “una cosa che unisce gli studenti universitari in tutto il mondo è che hanno vissuto in prima persona la più grande rivoluzione dell’istruzione che il mondo abbia mai conosciuto. Questo sondaggio dimostra che la pandemia di Covid ha rivelato agli studenti che il modello di istruzione superiore deve essere ripensato, più breve, su richiesta, personalizzato e fornire un supporto scalabile.

La tecnologia e l’insegnamento online sono una parte permanente della didattica moderna e dovrebbero ridurre drasticamente il costo dell’apprendimento e renderlo maggiormente basato sulle competenze. Quando circa due terzi degli studenti in tutti i paesi intervistati affermano che vorrebbero che la loro università offrisse l’opzione di maggiore insegnamento online se ciò significa pagare tasse universitarie più basse, e quando oltre la metà degli studenti afferma che preferirebbe che il loro corso universitario fosse più breve, se fosse anche più abbordabile, sappiamo che qualcosa deve cambiare” conclude.

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