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Siamo ciò che respiriamo. Ma che aria respiriamo?
Da quando siamo stati coinvolti in questa e da questa pandemia abbiamo imparato moltissime cose. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, per rispettare regole che ci sono state prescritte e comportamenti che abbiamo via via adottato come buone usanze per il nostro bene e quello altrui.

Cosa abbiamo imparato dal Covid

Ci hanno spiegato fin da subito come pulire e igienizzare per bene le superfici, come è conveniente fare il bucato, quali disinfettanti utilizzare e in che circostanze, quanta distanza mantenere da un altro individuo. Ci hanno consigliato sulla mascherina più utile ed efficace, ci hanno mostrato come lavare le mani, come starnutire o tossire.


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Ci hanno dato indicazioni praticamente su tutto, ma una dimenticanza, a mio parere, c’è stata! Si tratta della ventilazione di un ambiente.

L’aria che respiriamo

La ventilazione degli ambienti è un aspetto probabilmente sottovalutato. Ma in realtà risulta essere uno tra i principali rimedi al contagio.
Infatti, quello che non ci è stato spiegato, o non è stato chiarito abbastanza, è che un ambiente, soprattutto al chiuso, deve assolutamente garantire un ricircolo dell’aria continuo. E pare ovvio, dato che il virus si diffonde attraverso le goccioline emesse e trasmesse via aerea. In effetti è davvero anomalo pensare che in tema di igiene si richiama spesso l’attenzione sulle pulizie necessarie ma non si fa mai cenno all’aria che respiriamo.
E questa osservazione è ancora più vera se si considera che il Covid è una pandemia di natura prettamente respiratoria. Ci si è mai chiesti per esempio come si ammala l’aria se in un ambiente chiuso c’è qualcuno infetto che respira, parla, canta, tossisce o starnutisce? E che nonostante abbia messo in atto tutte le prescrizioni possibili, mascherine, gomito, fazzoletto, igienizzante e così via, non evita il contagio?

I luoghi chiusi

Con l’ultimo Dpcm si sta andando incontro a misure sempre più restrittive soprattutto per i locali al chiuso. E in questo senso è una fortuna, considerando che molti di questi non sono provvisti di impianti specifici per il ricircolo dell’aria.
Ma ciò non può avvenire per esempio in un contesto televisivo. In uno studio, al chiuso, il conduttore per esempio non indossa mai la mascherina e a farlo è il pubblico che però non parla e non diffonde per via aerea un possibile virus. Non so se è un caso, ma negli ultimi mesi aumentano le notizie di vip e personaggi di spicco del mondo televisivo e politico, che contraggono il virus. Lo stesso pensiero lo si potrebbe applicare per tutte le attività che prevedono in luogo chiuso, la figura di un oratore e di un “pubblico” come chiese, scuole, biblioteche, teatri. Luoghi dove colui che parla, non indossa la mascherina, sicuro della distanza interpersonale. Ma il problema praticamente persiste.

Sensibilizzare ad una buona aria

Questo dimostra che il problema dell’aria, della buona aria che respiriamo, non è oggetto di una campagna di sensibilizzazione ad una corretta aerazione negli ambienti chiusi. Anche e soprattutto in casa.

Lavarsi spesso le mani, igienizzare le superfici, indossare guanti e mascherine, tossire nel gomito e stare distanti almeno un metro, va bene. Ma a questo devono aggiungersi altri accorgimenti per evitare il rischio di abbassare la guardia su altri fattori altrettanto fondamentali per ridurre il contagio. Sarebbe quindi utile promuovere ancora di più la prevenzione in tal senso. In fondo, noi siamo ciò che respiriamo!


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